Cari amici e sostenitori,    

Purtroppo, la nebbia della guerra è fitta e sempre aperta a pregiudizi e interpretazioni. Narrazioni contrastanti trasformano persino i credenti in nemici. I cristiani devono resistere alla tentazione di battezzare le ambizioni militari di qualsiasi nazione. La nostra fedeltà non è rivolta agli imperi, ma all’Agnello immolato. Rispondiamo con il lamento, non con l’indifferenza. Tante persone sono state uccise dall’inizio del conflitto. Il lamento non è debolezza, è amore che si rifiuta di distogliere lo sguardo. Rispondiamo con l’intercessione, non con l’indignazione.

L’indignazione è a buon mercato. L’intercessione è costosa. La Chiesa primitiva pregava per gli imperatori che la perseguitavano, non perché li approvasse, ma perché credeva che la misericordia di Dio potesse spezzare i cicli di violenza. Rispondiamo con la solidarietà, non con il tribalismo. Il Corpo di Cristo abbraccia tutte le nazioni coinvolte nel conflitto e la diaspora globale. Quando una parte soffre, tutti soffrono. Questa guerra non è la “loro” crisi, è la nostra. Rispondiamo con la costruzione della pace, non con l’essere di parte. La costruzione della pace non è neutralità. È una resistenza attiva, creativa, guidata dall’amore di Dio, in contrapposizione alla logica della vendetta.

Significa sostenere cessate il fuoco, corridoi umanitari e la protezione dei civili, soprattutto dei vulnerabili.

LA CROCE COME NOSTRA LENTE INTERPRETATIVA. La croce ci insegna che Dio entra nella violenza non con una forza superiore, ma con un amore che si dona.

La resurrezione ci insegna che la violenza non ha l’ultima parola. Quindi, quando le nazioni si scambiano missili, quando i leader parlano di “forza mai vista prima”, quando le milizie si mobilitano e i civili fuggono, il vero cristiano deve essere ancorato a un regno diverso. Un regno dove: si prega per i nemici-si accolgono gli stranieri-si proteggono i poveri-si proclama la verità-si persegue la pace dove ogni vita umana porta l’immagine di Dio. Questo non è idealismo ingenuo. È realismo della resurrezione. Questa è la risposta di Cristo

È così che “rivolgiamo la mente alle cose di lassù” mentre viviamo fedelmente sulla terra.

 

 La prima domanda che sorge in un periodo segnato dall’odio è questa: come dovrebbero i cristiani rispondere al male, ovunque si manifesti e a chiunque percepiamo come malvagio? La risposta di Cristo è cristallina. La Scrittura non ci lascia indifferenti. “Non fate le vostre vendette, carissimi, ma lasciate fare all’ira di Dio, perché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. Anzi: «Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere. Facendo questo, ammasserai carboni ardenti sul suo capo». Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”. È tanto semplice quanto difficile. La testimonianza cristiana non si misura in base ai credi che recitiamo, ma in base alla nostra presenza come esempi di vero amore. La nostra chiamata non è scolpita nella pietra della vendetta, ma scritta nella dolce scrittura della riconciliazione. La vera forza non è il pugno chiuso, ma la mano aperta: l’amore che resiste alla crescente ondata di odio. La redenzione, non la vendetta, è l’orizzonte verso cui camminiamo.

La nostra chiamata come cristiani è, ed è stata, e lo sarà sempre senza ombra di dubbio. “Combatti, sì! Vinci il male, con tutti i mezzi. Ma utilizza l’arma del bene”.(Spezzoni dall’Articolo tratto da “The third way” of Michael Burnard)

Di Roby

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